Quest’estate ho
deciso di partire per il mio secondo campo di volontariato internazionale. Dopo
essere stato, l’anno scorso, ad Usti Nad Labem, in Repubblica Ceca, per
un’esperienza a contatto con la marginalità sociale dei bambini rom in un
quartiere abbandonato a se stesso, questa volta ho deciso di optare per il
Belgio e per un lavoro con i rifugiati. Sulla mia decisione hanno pesato molto sia
il mio percorso di studi, fortemente orientato alle tematiche sociali, sia gli
avvenimenti degli ultimi mesi – che hanno visto un’Europa chiusa, egoista,
sorda verso il dramma di decine di migliaia di rifugiati cui si è rifiutata di
rispondere con umanità. Ho pensato che – di fronte all’inerzia e al cinismo con
cui un continente si trincerava in se stesso – era doveroso dare il proprio
contributo solidale dal basso, che poi è l’unico anticorpo culturale possibile
al dilagare del razzismo e della xenofobia. Dopo una ricerca sul web, ho dunque
deciso di partire per un workcamp gestito dalla Croce Rossa e dall’associazione
di volontariato Javva.
L’esperienza
di due settimane è stata molto buona. Innanzitutto sono stato colpito
positivamente dalla ottima gestione del centro. Ero infatti abituato alle
cronache italiane, dove in contesti simili sono spesso prevalse logiche di
corruzione e di sfruttamento del dramma dei rifugiati per scopi opachi e
criminali di business. Qui, al contrario, ho trovato caratteristiche
fondamentali per i progetti di volontariato: umanità, trasparenza, solidarietà,
gratuità. Per tutta la durata del campo importante è stato il legame umano con
i rifugiati: l’aver condiviso con loro tempi, spazi, momenti ludici ha
significato per me scoprire direttamente le storie di vite difficili, ma che
non hanno fiaccato in questi uomini, in queste donne, in questi ragazzi la
speranza di potersi costruire una biografia di libertà, di speranza, di pace in
un contesto nuovo.
Assieme
a me, erano presenti altri volontari che venivano da diversi paesi (Germania,
Francia, Spagna, Messico, Vietnam); avevamo poi due coordinatori del gruppo,
Chiara e Hassan. Il nostro lavoro, nel corso del workcamp, è consistito sia in
un apporto di tipo logistico sia nell’organizzazione di attività a diretto
contatto con i rifugiati del centro. Per quanto riguarda l’apporto logistico,
abbiamo distribuito pasti e sanitari, lavorato per rendere agibili nuove stanze
per il centro, dato un aiuto in reception e nell’organizzazione di eventi. Per
quanto riguarda le attività con i rifugiati del centro abbiamo principalmente organizzato
attività all’aperto con i ragazzi, soprattutto sportive, anche se le frequenti
piogge non sono state d’aiuto. Ma, come accennavo sopra, l’aspetto più
significativo del workcamp è stato l’intenso contatto e scambio con i
rifugiati: a tavola durante i pasti, nelle attività, dopocena nel bar del
centro, nel tempo libero, durante le feste di cucina tradizionale che i
rifugiati hanno organizzato. Questo è stato un fattore determinante che mi ha
spinto fortemente a riflettere su un dato: spesso guardiamo agli immigrati e ai
rifugiati come numeri statistici, spesso nei loro confronti è riversato
rancore, odio sociale, razzismo. Questa esperienza ha invece rafforzato in me
l’idea esattamente opposta: conoscere, dialogare con loro è la riprova di
un’umanità e di una dignità che spesso si vuole negare all’altro, al diverso.
Dopo questa esperienza risulta davvero difficile tollerare discorsi pubblici
che parlano di respingimenti, misure di polizia, chiusura delle frontiere.
Questo
aspetto va tenuto fortemente in conto dopo i fatti di Parigi, che sono stati
strumentalizzati da molti in Europa per riprendere in mano una narrazione
tossica che punta a scaricare sugli immigrati le responsabilità della crisi e
della difficoltà economica, che punta a vedere negli ultimi della società il
capro espiatorio di diseguaglianze inaccettabili e di un modello economico
fallimentare. Si rafforzano, inoltre, equazioni razziste, banali e pericolose
che equiparano migranti e rifugiati ai delinquenti e ai terroristi. Bisogna
respingere con forza e determinazione questo discorso e penso che per farlo sia
utile la voce e il contributo di chi ha fatto un’esperienza di volontariato a
diretto contatto con i migranti ed i rifugiati. Le pratiche di solidarietà dal
basso sono un antidoto prezioso contro l’imbarbarimento della società provocato
dai rigurgiti xenofobi; penso che esse debbano essere la base per rifiutare i
messaggi di chiusura e di rifiuto delle responsabilità che come occidentali
abbiamo nella sofferenza sociale di altri popoli. Il fatto che molti rifugiati
del centro fossero afghani e iracheni mi ha fatto molto riflettere sul costo
umano che le nostre guerre hanno inflitto a quei popoli. Un domani migliore
passa, invece, dal rifiuto della guerra, del razzismo per riscoprire
solidarietà e umanità. L’esperienza che ho avuto quest’estate è un tassello
necessario per questo lavoro sempre più urgente e necessario.
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