Saturday, 5 December 2015

Nicola

Quest’estate ho deciso di partire per il mio secondo campo di volontariato internazionale. Dopo essere stato, l’anno scorso, ad Usti Nad Labem, in Repubblica Ceca, per un’esperienza a contatto con la marginalità sociale dei bambini rom in un quartiere abbandonato a se stesso, questa volta ho deciso di optare per il Belgio e per un lavoro con i rifugiati. Sulla mia decisione hanno pesato molto sia il mio percorso di studi, fortemente orientato alle tematiche sociali, sia gli avvenimenti degli ultimi mesi – che hanno visto un’Europa chiusa, egoista, sorda verso il dramma di decine di migliaia di rifugiati cui si è rifiutata di rispondere con umanità. Ho pensato che – di fronte all’inerzia e al cinismo con cui un continente si trincerava in se stesso – era doveroso dare il proprio contributo solidale dal basso, che poi è l’unico anticorpo culturale possibile al dilagare del razzismo e della xenofobia. Dopo una ricerca sul web, ho dunque deciso di partire per un workcamp gestito dalla Croce Rossa e dall’associazione di volontariato Javva.
L’esperienza di due settimane è stata molto buona. Innanzitutto sono stato colpito positivamente dalla ottima gestione del centro. Ero infatti abituato alle cronache italiane, dove in contesti simili sono spesso prevalse logiche di corruzione e di sfruttamento del dramma dei rifugiati per scopi opachi e criminali di business. Qui, al contrario, ho trovato caratteristiche fondamentali per i progetti di volontariato: umanità, trasparenza, solidarietà, gratuità. Per tutta la durata del campo importante è stato il legame umano con i rifugiati: l’aver condiviso con loro tempi, spazi, momenti ludici ha significato per me scoprire direttamente le storie di vite difficili, ma che non hanno fiaccato in questi uomini, in queste donne, in questi ragazzi la speranza di potersi costruire una biografia di libertà, di speranza, di pace in un contesto nuovo.  
Assieme a me, erano presenti altri volontari che venivano da diversi paesi (Germania, Francia, Spagna, Messico, Vietnam); avevamo poi due coordinatori del gruppo, Chiara e Hassan. Il nostro lavoro, nel corso del workcamp, è consistito sia in un apporto di tipo logistico sia nell’organizzazione di attività a diretto contatto con i rifugiati del centro. Per quanto riguarda l’apporto logistico, abbiamo distribuito pasti e sanitari, lavorato per rendere agibili nuove stanze per il centro, dato un aiuto in reception e nell’organizzazione di eventi. Per quanto riguarda le attività con i rifugiati del centro abbiamo principalmente organizzato attività all’aperto con i ragazzi, soprattutto sportive, anche se le frequenti piogge non sono state d’aiuto. Ma, come accennavo sopra, l’aspetto più significativo del workcamp è stato l’intenso contatto e scambio con i rifugiati: a tavola durante i pasti, nelle attività, dopocena nel bar del centro, nel tempo libero, durante le feste di cucina tradizionale che i rifugiati hanno organizzato. Questo è stato un fattore determinante che mi ha spinto fortemente a riflettere su un dato: spesso guardiamo agli immigrati e ai rifugiati come numeri statistici, spesso nei loro confronti è riversato rancore, odio sociale, razzismo. Questa esperienza ha invece rafforzato in me l’idea esattamente opposta: conoscere, dialogare con loro è la riprova di un’umanità e di una dignità che spesso si vuole negare all’altro, al diverso. Dopo questa esperienza risulta davvero difficile tollerare discorsi pubblici che parlano di respingimenti, misure di polizia, chiusura delle frontiere.

Questo aspetto va tenuto fortemente in conto dopo i fatti di Parigi, che sono stati strumentalizzati da molti in Europa per riprendere in mano una narrazione tossica che punta a scaricare sugli immigrati le responsabilità della crisi e della difficoltà economica, che punta a vedere negli ultimi della società il capro espiatorio di diseguaglianze inaccettabili e di un modello economico fallimentare. Si rafforzano, inoltre, equazioni razziste, banali e pericolose che equiparano migranti e rifugiati ai delinquenti e ai terroristi. Bisogna respingere con forza e determinazione questo discorso e penso che per farlo sia utile la voce e il contributo di chi ha fatto un’esperienza di volontariato a diretto contatto con i migranti ed i rifugiati. Le pratiche di solidarietà dal basso sono un antidoto prezioso contro l’imbarbarimento della società provocato dai rigurgiti xenofobi; penso che esse debbano essere la base per rifiutare i messaggi di chiusura e di rifiuto delle responsabilità che come occidentali abbiamo nella sofferenza sociale di altri popoli. Il fatto che molti rifugiati del centro fossero afghani e iracheni mi ha fatto molto riflettere sul costo umano che le nostre guerre hanno inflitto a quei popoli. Un domani migliore passa, invece, dal rifiuto della guerra, del razzismo per riscoprire solidarietà e umanità. L’esperienza che ho avuto quest’estate è un tassello necessario per questo lavoro sempre più urgente e necessario.

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